“Come
declinare cioè nei casi di- versi quei principi generali al fine di evolverli
e non di staticizzarli per non farli divenire solo regole ma veri e propri
enzimi poetici.
Tre architetti
sono la chiave per capire come l’architettura degli anni trenta risponda a
questo dilemma. Sono Frank Lloyd Wright, che ritroviamo dopo averlo lasciato
negli anni dieci, e due architetti di una generazione più giovane: un finlandese,
Alvar Aalto e un italiano, Giuseppe Terragni. Tutti e tre sia pure in maniera
diversa ri- spondono alla crisi “dell’internazionalismo” in cui l’architettura
rischia di cadere. Credono certamente che alcuni problemi sono comuni e quindi
presuppongono risposte altrettanto generali (tecnologie nuove, funzionalità di
impianti, superamento degli apparati decorati- vi, nuove attenzioni etiche). Ma
ritengono che le risposte devono radicarsi in una poetica “personale”, che
assume valore nella sua specificità e non nella sua generalità. Le soluzioni
dell’architettura non sono insomma solo comuni e internazionali, ma sono anche
profondamente “diverse” per cultura, per sentire, per situazioni. È la declinazione
“personalizzata” di una serie di convincimenti comuni la chiave.” (pag. 104)
 |
Frank Lloyd Wright, Taliesin East, Spring Green
1925-26 e seguenti
|
“Si ripensa
al decongestionamento del centro, si elaborano idee per creare una cintura di
città nel territorio circostante, si recuperano alcune idee di
de-localizzazione e di città giardino per proporre New Towns che si vogliono
autonome, anche produttivamente, per creare un sistema multi-polare aperto alla
regione. E focalizzare tutto lo sforzo sulla pianificazione urbanistica dei
nuovi centri determina un azzeramento dell’architettura: un atto simbolicamente
necessario in quel momento.” (pag. 154)
 |
Ludovico
Quaroni, Mario Ridolfi e colleghi, quartiere Tiburtino, Roma 1950 ca.
|
|
“… l’artista
interviene ormai sull’esistente, e spinge tutti a guardarlo non solo con gli
occhi perforanti dei dadaisti degli anni venti, ma attraverso le coordinate di
un radicale cambiamento del gusto. Questo nuovo mondo, basso, quotidiano,
prosaico si è trasformato in soggetto. Un nuovo soggetto cui “quasi
automaticamente” gli artisti danno voce e forniscono una ribalta.” (pag.198)
 |
Mimmo Rotella, La dolce vita, 1962
|
|
Commenti
Posta un commento